L'ultima aria - Andrea Bon
Ah, dimenticavo, andateci a Teatro!
🎙️ Voce narrante Maurizio Repetto
🎸 Musica Andrea Cauduro
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Mi chiamo Gianluca e sono una guardia ai fuochi in servizio presso il Teatro Malibran di Venezia. Da più di 15 anni veglio su questo luogo, sia nei momenti in cui risuona di musica, sia nei momenti in cui il suo splendore si trasforma in ombra. Controllo i dispositivi antincendio monitorando che tutto funzioni a dovere sia di giorno che, soprattutto, di notte. È un lavoro solitario, ma mi appartiene. Ho sempre amato questa città, la sua storia, la sua unicità, i suoi tesori nascosti. Amo condividerli con chi desidera avvicinarsi davvero a Venezia, non quella da cartolina, ma quella che vive nelle pieghe del tempo e nelle sue ombre.
Sebbene io non abbia mai studiato formalmente la musica, ne sono un grande appassionato in tutte le sue forme dall'elettronica al reggae al rock alla musica classica operistica e lirica per me non esistono limiti di genere esiste solo la musica in tutte le sue varianti gli anni di lavoro in teatro mi hanno fatto avvicinare sempre di più alla musica classica e all'operetta in particolare ho ascoltato decine di versioni della norma conosco ogni nota del rigoletto ho amato Manon Lescaut la Carmen e pianto sulle note di Puccini.
Scrivo queste righe per condividere qualcosa che non ho mai avuto il coraggio di raccontare, un'esperienza reale, personale, una di quelle che ti seguono per sempre. Avvenne in una notte d'ottobre, molti anni fa, durante uno dei miei primi turni notturni al Malibran. Era l'autunno del 1994. Una notte di vento, come poche ne avevo sentite in vita mia. Lo spettacolo era finito da poco più di un'ora e e il teatro era ormai completamente deserto. Fu mentre controllavo alcune apparecchiature antincendio nei pressi dei camerini dei musicisti che udì per la prima volta la voce.
Non una voce qualsiasi. Cantava, intonata, perfetta, carica di dolore. L'aria era quella della follia di Lucia, della Lucia di Lammermoor. Rimasi immobile nel corridoio buio, con le luci di emergenza che mi coloravano il volto di verde. Pensai a una registrazione lasciata accesa, tanto l'interpretazione era perfetta. Ma sapevo che gli impianti di diffusione erano tutti spenti. Decisi quindi di scendere in platea. Lì, nel buio del teatro vuoto, la voce sembrava provenire dal palco. Ma sul palco, potevo vederlo chiaramente, non c'era nessuno.
Mi sedetti in prima fila su una poltroncina di brilluto rosso consunto. La voce continuava. Si innalzava, si spezzava, riprendeva. Era bellissima. Una perfezione che sembrava provenire da un luogo senza tempo, dove il dolore non conosce tregua. Chi cantava così lo faceva per spurgare la propria eterna dannazione. Il cuore mi batteva forte per l'emozione. Mi sentivo il solo spettatore di quel tormento sublime. E in fondo lo ero. Il vento fuori gemeva come una banshee e quella voce, intensa e sovrumana, sembrava cantare solo per me.
Alle 23.47 esatte il canto cessò, all'improvviso così come era iniziato. Il mattino dopo ne parlai con un collega, mi ascoltò a metà, poi scrollò le spalle, mi ascoltò a metà, poi scrollò le spalle con un sorriso ironico. Bevi manco spritz, mi disse con quel sarcasmo veneziano che di solito mi divertiva, ma non quel giorno. In effetti per un anno intero non successe nulla, Ma poi accadde ancora. Era di nuovo ottobre, in una sera limpida e frizzante. L'aria portava con sé quel sentore che a Venezia preannuncia l'autunno vero, quello delle calli vuote e delle brume.
Nel teatro regnava il silenzio e l'odore di legno antico, velluti luguri e marmi impolverati. Anche questa volta gli spettatori erano già usciti, avvolti nei cappotti leggeri, parlando a bassa voce. Le luci di scena erano attenuate, illuminavano giusto quanto bastava per i controlli di sicurezza. Stavo completando l'ispezione della buca d'orchestra quando le luci tremarono. Uno sbalzo di corrente, lieve ma netto. Le lampade si inghiozzarono, poi rimasero fioche. E di nuovo la voce. Ancora una volta la follia di Lucia.
Ma stavolta era più vicina. Riuscivo a percepire ogni pausa, ogni respiro. ogni disperato melisma. E poi accadde. Al centro del palco, da dove sembrava sorgere il canto, si formò una figura di luce, evanescente all'inizio, quasi invisibile, poi sempre più definita, come una nebbia che prende corpo. Era una donna, in un abito bianco d'epoca, lungo fino ai piedi, lunghi guanti bianchi e capelli curvini raccolti in uno scignome elegante. La postura era composta, fiera, di chi apparteneva a un altro secolo.
e a un altro mondo. Io tremavo, ma non di paura. Era un tremito di commozione, di rapimento, una sorta di sacro rispetto. Il suo volto era di un candore cinereo, i suoi occhi scuri mi fissavano carichi di un dolore antico. Primani, sembravano dire, ascoltami. Non riuscì a distogliere lo sguardo. La figura si muoveva lentamente sul palco, danzando appena, sfiorando l'aria. Le luci la attraversavano rendendola trasparente, irreale. Ma un dettaglio mi colpì. Un candelabro di scena instabile oscillava leggermente come sfiorato da una presenza invisibile.
Lo stesso candelabro scoprì più tardi, presente nella scenografia del Lucia di Lamelmoor del 1856. Il canto si fece più struggente e poi accadde l'inatteso. Un suono metallico stridulo come di corde tese cominciò a sovrapporsi alla melodia un doloroso crescendo di passione di dolore di follia fino al suo apice nel momento preciso in cui la voce raggiunse la nota più acuta come un grido dall'aldilà tutte le luci esplosero il palcoscenico tremò e in un attimo fu buio un buio assoluto reale totalizzante che sembrava premere sugli occhi e sul cuore Quando le luci di emergenza si accesero erano le 23.47 e lei era scomparsa.
Nei giorni seguenti questi accadimenti, ossessionato, iniziai a cercare. Passai giorni negli archivi del teatro, scavando tra polverosi fascicoli e giornali ottocenteschi. Trovai la risposta in una cronaca del 25 ottobre 1856. Durante una rappresentazione di Lucia di Lammermoor, Elena Muti, promettente soprano ventisettenne, Crollò sul palco, colpita da un aneurisma cerebrale. Morì alle 23.47, tra le ultime battute dell'aria. Un giornalista presente alla rappresentazione scrisse che anche nella morte l'eleganza di Elena fu senza pari.
Il pubblico, ignaro della tragedia, applaudì a scena aperta, credendo che fosse parte del copione. Elena Muti era nota per il suo perfezionismo estremo. provava fino a notte fonda, cercando una purezza d'esecuzione che forse nessun vivente poteva raggiungere. Ne parlai con un anziano macchinista. Mi confessò che anche lui, anni prima, aveva udito un canto malinconico provenire dal palco una notte d'ottobre. Fu l'unico a credermi. Mi raccontò che la sua famiglia aveva vissuto a lungo nella vicina corte morosina e che, secondo la tradizione orale, Il Teatro Malibra sorge sì sulle fondamenta del Teatro di San Giovanni Grisostomo, costruito nel 1678, ma anche su un antico camposanto di cui oggi non resta traccia.
Alcune anime, mi disse, non trovano mai pace, cercano una voce per manifestarsi, una voce per gridare il loro dolore. Io non dimentico. Ogni anno, lo stesso giorno di ottobre, mi recco al cimitero di San Michele, Lì, in un angolo silenzioso, poso una rosa bianca sulla tomba di Elena Muti. Poi, alle 23.47, mi fermo ad ascoltare. Nel vento, a volte, mi sembra ancora di sentirla cantare.
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